«Je Suis Charlie», l’Islam e Charlie Hebdo: quando la religione diventa ossessione

C’è chi lo ha definito «l’11 settembre europeo». Di sicuro l’attentato al settimanale satirico francese Charlie Hebdo ad opera di due fratelli musulmani rappresenta un fatto gravissimo: 12 morti, 11 feriti (di cui 4 gravi) e paura in tutta Europa. Ma il bersaglio dell’attentato non è né la Francia né l’Europa. Il vero bersaglio dei due fratelli Saïd Kouachi (34 anni) e Chérif Kouachi (32 anni), autori del crimine, è la libertà. E noi, cittadini europei, dobbiamo dimostrare insieme che nemmeno la violenza più efferata ci potrà mai togliere questo sommo diritto.

Francia, Parigi, sede del settimanale Charlie Hebdo, 7 gennaio 2015. Intorno alle 11:30 del mattino, due individui mascherati e armati di kalašnikov entrano negli uffici del giornale, e all’urlo di “Allah u Akbar” (“Allah è grande”), sparano sui giornalisti causando le prime 10 vittime. Usciti dalla redazione, proseguono la loro folle corsa a bordo di una Citroën C3 di colore nero, solo dopo aver ucciso un poliziotto, responsabile della sicurezza presso il giornale. Sulla Boulevard Richard-Lenoir, poi, i terroristi si imbattono in un nuovo veicolo della polizia, sul quale aprono il fuoco uccidendo con un colpo alla testa un altro poliziotto. Sono ore delicate quelle che seguono, il cordoglio raccolto sul web e per le strade è enorme. Su internet compare anche una foto che diventa il simbolo di questa strage: un braccialetto avvolto intorno al polso di un bimbo appena nato che reca le parole «Je Suis Charlie», tradotto «Io Sono Charlie».

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Avevo deciso, per questo terribile fatto, di non scrivere nulla. Mi sono dovuto ricredere: «Non si tratta di terrorismo, né di follia. Si tratta di una dichiarazione di guerra, un fatto gravissimo che colpisce l’informazione, la libertà di esprimere la propria opinione. Perché se c’è gente che crede davvero che un però di disegni satirici siano “atti provocatori” allora il mondo sta veramente rotolando verso la merda più profonda». Sono parole dure, me ne rendo conto, ma che ripeterei ancora oggi. Si, perché non è possibile che nel 2015 ci siano ancora persone che giustificano atti in nome della religione. Nessun uomo che uccide ama per davvero Dio, nessun assassino ama Allah. E sono convinto che nemmeno Dio, nemmeno Allah possa provare amore per qualcuno che uccide in nome suo. Questa non è religione, questa è ossessione. Questa è guerra e non possiamo arrenderci. Perché abbiamo già lottato, in passato, per la libertà, conquistandola a caro prezzo. Ed ora nessuno, né uomo né dio, può pensare di portarcela via.

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